Rinnovabili e Cina, il lato oscuro della rivoluzione di Pechino. (by Wired)

Tra i fan della fantascienza c'è una particolare sottocategoria di persone che parlano della fusione nucleare come di una tecnologia utopistica. Se solo trovassimo un modo per sfruttare il motore delle stelle, avremmo a disposizione energia quasi illimitata e spazzeremmo via tutti i problemi dell'umanità. Ma come avverrebbe esattamente la transizione?
Non c'è bisogno di chiederselo, perché sta accadendo sotto i nostri occhi: i pannelli solari e le turbine eoliche catturano già la fusione del sole per convertirla in elettricità. E alla scala e al ritmo con cui la Cina li sta producendo, molte cose saranno spazzate via, tra cui forse problemi un tempo considerati irrisolvibili, dalla povertà energetica alla dipendenza dai combustibili fossili. Nel 2024 la capacità elettrica totale installata nel pianeta – ovvero tutti gli impianti a carbone, a gas, idroelettrici e nucleari e tutte le fonti rinnovabili – è stata di circa 10 terawatt. Oggi la filiera del solare cinese può produrre un terawatt all'anno solo dai pannelli.

La corsa alle rinnovabili in Cina
La Cina ha enormi impianti che combinano energia solare ed eolica, e si estendono per chilometri nei deserti a ovest del paese e negli altopiani tibetani. Ognuna di queste strutture produce l'equivalente di diverse centrali nucleari e si collega ai centri abitati orientali tramite linee elettriche ad altissima tensione. Su una scala decisamente più piccola, i pannelli sono spuntati sui tetti in tutto l'est del territorio cinese, la metà più popolata del paese, grazie a politiche che standardizzano il processo e le pratiche per installarli e collegarli alla rete. Tappezzano gigantesche fabbriche, condomini urbani e umili case di paese. In Europa, il fotovoltaico di produzione cinese è così economico da costare meno dei materiali per le recinzioni. A livello globale, l'abbondanza di energia solare ha abbassato il costo medio della produzione di elettricità a 4 centesimi di dollaro per kilowattora, diventando forse la forma di energia più conveniente di sempre.
I media internazionali si stanno accorgendo del fatto che la rivoluzione delle rinnovabili in Cina è al momento una delle principali storie a livello mondiale, al cospetto della quale l'ostinata avversione di Donald Trump per la transizione verde diventa un argomento di interesse minore. Ma quello che chi racconta questa rivoluzione tecnologica verde sottovaluta quasi sempre è il caos che la caratterizza. Non parliamo di un processo dall'alto verso il basso gestito con scrupolo e basato su sussidi statali, bensì di una corsa folle tra aziende in competizione tra loro. L'utopia cinese è ben lontana dall'essere un processo ordinato: è la storia della decimazione di comunità che basavano la propria sussistenza sul carbone, di guerre dei prezzi che travolgono un mercato dopo l'altro e di reti elettriche che diventano sempre più instabili man mano che acquisiscono centralità nel sistema energetico. E nessuno – tanto meno una fantomatica Cina monolitica che tira le fila del processo – è in grado di gestire le ripercussioni del cambiamento in atto.
Il 2024 è stato un anno da record per il solare anche negli Stati Uniti, che hanno aggiunto circa 50 gigawatt di nuova capacità (i progetti nel settore sono generalmente misurati in base alla loro produzione, e non alla superficie).
Prendiamo in considerazione alcuni numeri diversi, per fare un po' di chiarezza e qualche confronto. Solo nei primi tre mesi del 2025, la Cina ha aggiunto 60 gigawatt di nuova capacità solare alla rete nazionale, a cui si sommano altri 45 gigawatt ad aprile e ben 92 gigawatt a maggio, ovvero 3 gigawatt al giorno.
Il motivo di questa folle corsa allo sviluppo del solare? All'inizio del 2025 – nel tentativo di contenere l'industria –, Pechino ha annunciato che avrebbe sospeso una storica politica che aveva di fatto sostenuto i prezzi delle rinnovabili, ancorandoli a quelli dell'energia proveniente dal carbone in ogni provincia. Il governo ha dichiarato che qualsiasi impianto installato dopo maggio 2025 non avrebbe più beneficiato di questa possibilità. La frenesia di quei mesi, quindi, era semplicemente il risultato del tentativo di sfruttare le condizioni più favorevoli prima della scadenza.

E infatti, dalla fine di maggio in avanti le nuove installazioni sono crollate. Nei quattro mesi successivi in Cina sono stati aggiunti in media solo 10 gigawatt di nuova capacità, un ritmo dimezzato rispetto all'anno precedente ma comunque molto più sostenuto di quello registrato dall'America nel suo picco.
Le contraddizioni del boom cinese delle rinnovabili
Questo imponente afflusso di nuova energia solare sta sovraccaricando la rete elettrica cinese, sia dal punto di vista tecnico che da quello economico. Affinché i mercati dell'elettricità funzionino, i gestori della rete devono bilanciare costantemente domanda e offerta. Ma la prima non può essere sempre ridotta quando supera la seconda. Non è possibile accendere e spegnere le centrali nucleari ogni volta che l'energia solare invade la rete. Alcuni impianti a carbone del paese, inoltre, portano calore alle comunità attraverso il vapore, e quindi devono rimanere in funzione anche se l'elettricità che generano è superflua.
Un risultato perverso di questo eccesso di offerta è che molta energia solare viene semplicemente sprecata o "tagliata" per far posto a fonti "sporche" più difficili da spegnere. Senza contare che l'intrinseca intermittenza delle rinnovabili rende più difficile mantenere stabile la rete. Nello Xinjiang, la regione all'estremo occidente della Cina dove l'accumulo di rinnovabili raggiunge il suo picco, la cattiva gestione delle fluttuazioni di tensione del solare e dell'eolico hanno causato un blackout nell'agosto del 2024, arrivando persino a minacciare il sistema elettrico nazionale, come ha riportato il South China Morning Post.
I risvolti economici sono ancora più spinosi. Come si insegna in un qualsiasi corso introduttivo di economia, i prezzi scendono quando l'offerta aumenta più velocemente della domanda. Se nella maggior parte dei casi esiste un punto in cui questo processo si ferma – quando si raggiunge la gratuità –, i mercati dell'elettricità sono diversi. Alcune tipologie di impianti produttivi (come le già citate centrali a carbone e quelle nucleari) sono così restie a ridurre la produzione che si offrono di pagare per il privilegio di continuare a generare energia. Questo fenomeno, unito all'imperativo assoluto di mantenere la rete in equilibrio, può dare vita a prezzi negativi, che sono infatti diventati comuni nella popolosa provincia dello Shandong. È una situazione insostenibile, che però le imprese energivore sono felici di sfruttare. Decenni fa, il gigante dei metalli Weiqiao Aluminum ha abbandonato la rete dello Shandong puntando su carbone per alimentare le sue fonderie. L'anno scorso, l'azienda si è ricollegata alla rete per approfittare delle tariffe più convenienti garantite dalla tecnologia verde.
C’è poi un altro paradosso. I produttori cinesi di energia solare — gli stessi che, in teoria, stanno contribuendo a risolvere la crisi energetica globale — non guadagnano, ma si limitano a tentare di sopravvivere a una competizione sempre più dura. Alla base della filiera ci sono i produttori di polisilicio, il materiale da cui nascono i pannelli. L’eccesso di offerta del prodotto ha portato a un crollo di prezzi e margini, innescando una spirale difficile da arrestare. Pechino ha provato a intervenire, spingendo le aziende più solide a coordinarsi per ridurre la produzione e mettere fuori gioco i concorrenti più deboli che non vogliono uscire dal mercato. Ma, almeno per ora, il tentativo sembra destinato a fallire.
La situazione non cambia nemmeno risalendo lungo la supply chain. La capacità di produzione di lingotti solari, wafer e pannelli supera la domanda, alimentando guerre dei prezzi che comprimono i profitti mentre le aziende cercano di difendere le proprie quote di mercato. Nel frattempo, l’innovazione tecnologica corre e costringe i produttori a investire continuamente in nuovi impianti e design sempre più avanzati, per non restare indietro rispetto ai concorrenti. Quando una nuova generazione di pannelli garantisce un miglioramento nella capacità di generazione anche solo del 10%, chi non aggiorna rapidamente le proprie linee produttive rischia di essere tagliato fuori. Per chi acquista, questa dinamica significa più energia con meno spazio, quindi meno terreno necessario per installare un impianto. Ma per chi produce può fare la differenza tra riuscire a spuntare un prezzo sostenibile o finire ai margini del mercato.
La sovrapproduzione di pannelli cinesi è tracimata anche nei mercati internazionali, portando con sé queste dinamiche. Proprio come nella provincia dello Shandong, anche in Germania i prezzi negativi dell’elettricità stanno diventando sempre più frequenti, anche per effetto dell’abbondanza di pannelli a basso costo provenienti dalla Cina. Oppure si può guardare al Pakistan, dove intorno al 2022 l’aumento globale dei prezzi del gas naturale ha reso la rete elettrica del paese ancora più costosa e meno affidabile del solito. Ma invece di limitarsi a subire la situazione o ricorrere ai generatori diesel, milioni di persone hanno installato pannelli solari per rendersi indipendenti dalla rete. Il paese ha importato così tanti pannelli cinesi che l’intero sistema elettrico ha iniziato a entrare in quella che viene definita una spirale della morte. Sempre più utenti abbandonano la rete, lasciando prezzi sempre più alti a chi resta, una tendenza che a sua volta spinge altri a fare lo stesso, e così via.
Chi beneficia davvero di tutto questo, oltre all’ambiente? Difficile dirlo. Dal momento che il governo cinese è tra i principali creditori della rete elettrica pakistana, le aziende cinesi stanno danneggiando la stabilità economica di grandi progetti di sviluppo finanziati da banche statali.
Il problema non è produrre energia

Se ci fosse più capacità di accumulo elettrico — tecnologie in grado di immagazzinare l’energia solare prodotta di giorno per rilasciarla la sera —, molti dei problemi che affliggono il mercato cinese delle rinnovabili verrebbero risolti. I pannelli diventerebbero più preziosi per la rete, la produzione non dovrebbe essere limitata e i produttori potrebbero vendere una quota maggiore dei loro prodotti a prezzi migliori. Ma la Cina domina anche in questo settore: Pechino è infatti di gran lunga il principale produttore mondiale di batterie.
Il sistema elettrico cinese, tuttavia, non ha ancora trovato regole e meccanismi di determinazione del prezzo capaci di portare questa capacità nella rete abbastanza velocemente da tenere il passo. E, soprattutto, la stragrande maggioranza delle batterie prodotte non finisce nei sistemi di accumulo della rete. Sta rivoluzionando un’altra industria verde sempre più dominata dalla Cina, altrettanto veloce, economica e fuori controllo: quella automobilistica.
Il caso dell'industria dell'auto
Nel 2018, la città di Shanghai convinse Tesla a costruire una gigafactory con quella che sembrava un’offerta particolarmente vantaggiosa. Per anni, case automobilistiche straniere come Ford, General Motors, Volkswagen e Toyota hanno fatto la voce grossa sul mercato cinese, il più grande al mondo. Ma per operare nel paese erano obbligate a creare joint venture con aziende locali. A Tesla venne invece concesso di mantenere il pieno controllo delle proprie attività in Cina, insieme a sussidi per l'acquisizione dei terreni e prestiti a basso costo.
La gigafactory di Shanghai fu completata in soli 168 giorni e divenne rapidamente la più grande di Tesla. Attorno allo stabilimento si sviluppò una rete di fornitori locali. Il problema, almeno per la casa di Elon Musk, è che proprio queste aziende sono diventate la base di una filiera cinese che ha dato una spinta decisiva al nascente settore dei veicoli elettrici nel paese. Nel giro di pochissimo tempo realtà come Nio e Byd hanno iniziato a produrre auto ricaricabili in grado di competere con Tesla per costo e qualità. Come già accaduto nel solare, una nuova ondata di operatori si è contesa le quote di mercato, facendo evaporare i profitti ma offrendo ai consumatori un’ampia scelta a prezzi molto competitivi.
Nel 2024, quasi la metà delle auto vendute in Cina era elettrica. I produttori di veicoli a benzina sono in difficoltà o stanno chiudendo, e gli effetti del fenomeno sono ancora più acuti all’estero: in cinque anni la Cina è passata da attore marginale a principale esportatore mondiale di automobili, superando Giappone, Corea del Sud e Germania, con oltre 5,5 milioni di veicoli esportati nel 2024. Altri paesi hanno iniziato a temere che i propri comparti automobilistici possano essere travolti dalla concorrenza di veicoli cinesi più economici e meno inquinanti. Gli Stati Uniti hanno di fatto bloccato le importazioni dalla Cina, mentre l’Europa ha imposto dazi significativi.
Eppure, proprio come nel solare, dove margini ridotti e debiti elevati hanno trasformato alcune aziende in zombie lanciati a tutta velocità, anche il settore dei veicoli elettrici in Cina è pieno di imprese fallite o in difficoltà. Perfino Byd, il leader globale del comparto, sembra pericolosamente vicino a perdere il controllo. Negli ultimi mesi le sue vendite sono calate nettamente e le voci sul peso del suo debito hanno spinto alcuni a chiedersi se un crollo sia possibile, mentre in tutto il mondo la domanda resta altissima e gli altri produttori faticano a tenere il passo.
Vincitori e strenui oppositori
I principali beneficiari della rivoluzione cinese delle rinnovabili potrebbero essere i consumatori, sia dentro che fuori la Cina. In un’Australia baciata dal sole, dove quasi un terzo delle abitazioni ha pannelli solari sul tetto, il ministro dell’Energia Chris Bowen ha proposto un "solar sharer program" per offrire tre ore di elettricità gratuita nelle giornate assolate. Gli impianti solari e i sistemi di accumulo hanno permesso alle Hawaii di chiudere l’ultima centrale a carbone nello stato e stanno aiutando anche altre isole, come la Giamaica, a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati.
C’è però chi prova a invertire questa tendenza. Un paese, e soprattutto un leader, su tutti: Donald Trump. Il presidente statunitense nutre una particolare avversione per le turbine eoliche e i pannelli solari. La sua amministrazione ha tentato di bloccare grandi progetti eolici, sia offshore che sulla terraferma, oltre a piani come Esmerelda 7, una gigantesca installazione solare prevista nel deserto del Nevada che, per dimensioni, sarebbe stata paragonabile a quelle della Cina occidentale. Per quanto Trump e il suo segretario all’Energia, Chris Wright, si riempiano spesso la bocca del dominio energetico americano, stanno indebolendo la capacità delle aziende statunitensi di costruire e diffondere le fonti di elettricità più economiche mai sviluppate. E tutto questo promuovendo un mix di argomentazioni ormai superate sull’inevitabilità dei combustibili fossili e scommesse ad alto rischio su tecnologie come i piccoli reattori nucleari modulari (e, sì, anche la fusione).
Persino tra i miliardari che non condividono l’idea di Trump secondo cui il cambiamento climatico sarebbe una bufala, questa attrazione per tecnologie lontane e rivoluzionarie è da tempo un tratto distintivo degli investimenti e della filantropia climatica negli Stati Uniti. Questo approccio è ben rappresentato da Bill Gates, che in passato ha liquidato tecnologie già esistenti come solare ed eolico definendole "carine". Il fondatore di Microsoft ha sempre preferito una forma di decarbonizzazione centralizzata e ad alta intensità di capitale, investendo in tecnologie quasi fantascientifiche che sembrano perennemente a pochi anni dalla realizzazione. Di recente, proprio mentre diventava evidente che la transizione verso le rinnovabili stava macinando successi su successi, Gates ha scritto in una nota che avrebbe ridotto il proprio impegno sul fronte finanziamento climatico.

Mao Zedong sottolineava che una rivoluzione non è un pranzo di gala. È un’insurrezione, un atto di violenza con cui una classe ne rovescia un’altra. Lo stesso vale anche la rivoluzione delle tecnologie verdi, la cui violenza è soprattutto finanziaria e consiste in un attacco diretto al valore degli asset dei combustibili fossili. Ma la transizione non è nemmeno inevitabile e può ancora essere rallentata o addirittura fermata. È il risultato di scelte consapevoli fatte – soprattutto in Cina – da persone, aziende e governi. Ma la rivoluzione è già in atto, e prosegue più velocemente di quanto i nostri sistemi – dalle reti elettriche all’industria, dal lavoro alla geopolitica – siano pronti a sostenere.
È in parte una buona notizia, considerando che c’è un’altra forza alimentata dalla fusione del Sole che sta arrivando con un’intensità e su una scala a cui non siamo preparati, il cambiamento climatico. Quando, a fine ottobre, l’uragano Melissa ha attraversato Giamaica, Haiti, Cuba e la Repubblica Dominicana, causando oltre 90 morti e lasciando decine di migliaia di persone senza casa, la maggior parte degli investimenti pubblici per proteggere la popolazione non si è dimostrata all’altezza. A offrire sollievo alla popolazione sono stati invece i pannelli solari installati sui tetti, che hanno fornito la corrente quando il sole è tornato a sorgere il mattino successivo. Il sistema energetico globale è alla base della vita moderna. E, nel mezzo di questo caos, sta subendo una trasformazione profonda.

https://www.wired.it/article/rinnovabili-cina-lato-oscuro-rivoluzione-contraddizioni/?uID=2e89540f776e89cf06bcecf2131137f6bf029629772152c93a14a7a20772d823&utm_source=news&utm_campaign=daily_wired&utm_brand=wi&utm_mailing=WI_NEWS_Daily%25202026-04-07&utm_medium=email&utm_term=WI_NEWS_Daily

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